Donne e tatuaggi

CORPI SOVVERSIVI
Donne e tatuaggio: una storia segreta

© 2013 Margot Mifflin
© 2014 ULTRA – Lit Edizioni srl

Copertina

Don Ed Hardy, in un’intervista contenuta nel libro “Tatuaggi, corpo, spirito” dice che “un tatuaggio non è mai soltanto quello che appare. Conoscendo chi lo porta, è possibile comprendere realmente il tatuaggio. È un indicatore, uno sfogo della psiche”.
L’antropologo Robert Brain in “The Decorated Body” sostiene che modificare il proprio corpo tatuandolo è “un tentativo di vestirsi con una pelle nuova, culturale invece che naturale”.

Qual è il grado di espressione e libertà che hanno potuto raggiungere le donne tatuate o quelle che hanno intrapreso la professione di tatuatore – prevalentemente maschile – senza essere additate come donne di facili costumi?

Questo libro di Margot Mifflin racconta come donne di ogni estrazione ed epoca abbiano usato ed usino tuttora la loro pelle come una tela sulla quale esprimere la propria personalità, la propria autoaffermazione e la propria storia, superando l’enorme tabù riguardo al corpo femminile e alla pratica di questa arte come mestiere, anche se prevalentemente maschile.

Fino ai primi del ‘900, le tatuatrici erano di solito mogli di tatuatori che si limitavano a lavori di rifinitura o a tatuaggi piccoli.
Negli anni ’20 Mildred Hull fu la prima newyorkese che aprì un proprio negozio, dichiarando in un’intervista che “gli uomini sono sempre un po’ gelosi se una donna è brava quanto loro”.
Era una vera sperimentatrice per quell’epoca, si vantava di aver preso a pugni più di 100 uomini che avevano tentato di toccarla o disprezzarla.
Oggi, centinaia di donne in tutto il mondo fanno questo mestiere, basti citare Kat Von D e tutto quello che si è mosso intorno a lei.
Roxx, tatuatrice di San Francisco fin dagli anni ’80, scrisse: “sembra che l’unico sistema per le tatuatrici donne sia diventare così brave che nessuno possa ignorarti.”

Betty Broadbent, 1920s. Courtesy Circus World Museum, Baraboo, Wisconsin.

È interessantissimo leggere il capitolo “Circensi e donne di mondo”: si entra in un universo fantastico di storie reali, inventate e romanzate.
I pionieri del tatuaggio – si parla dell’800 – per suscitare l’interesse dell’opinione pubblica, mostravano nei loro freak show giostraie e circensi, esagerando la presentazione con racconti di rapimenti da parte di indiani Sioux, durante i quali le prigioniere erano state forzatamente tatuate.
L’obiettivo era quello di colmare i pensieri disonorevoli che circondavano questa pratica. Queste storie incredibili erano ideate a tavolino, riportate anche su libretti da vendere dopo gli spettacoli. Avevano effettivamente origine da una storia vera, quella della “prima bianca tatuata”, Olive Oatman, figlia di una famiglia mormona che durante un viaggio in Arizona, nel 1851, venne assalita dagli indiani.
Catturarono lei e la sorella, le tennero prigioniere per un anno e poi le vendettero ad una famiglia Mohave, che le fece crescere insieme alle proprie figlie. Anche a loro vennero praticati i tatuaggi di rito, sul mento e sul braccio, per essere riconosciute dagli antenati dopo la morte.

Olive Oatman

I tatuaggi venivano impressi nella pelle con aghi di cactus, immersi in polveri bruciate di una pietra azzurra del fiume Colorado.
Questo popolo non tatuava mai con la forza, quindi la Oatman, imparando ad amare la famiglia adottiva, decise di tatuarsi di sua spontanea volontà.
I tatuaggi sul mento per i Mohave non avevano alcun significato simbolico, ma venivano utilizzati per marcare i tratti del viso.
Tatuarsi il volto era molto importante: i Mohave temevano che, morendo con un volto non tatuato, sarebbero scomparsi in un pozzo senza fondo.
Una volta liberata, la Oatman non rivelò mai il suo amore per il popolo indiano, per essere accettata nel mondo dei bianchi; diventò così la prima donna americana che guadagnava denaro mostrando il proprio corpo tatuato.

Tramontata la fortuna di giostrai e freaks con le loro carovane piene di personaggi colorati, il tatuaggio venne associato al mondo delle gang, dei bikers, dei balordi.
Alla fine degli anni ’50 sul New York Times furono pubblicati articoli nei quali studiosi di medicina descrivevano le caratteristiche di chi si tatuava, definendoli spiriti ribelli, propensi al divorzio, con problemi di integrazione nella società, con più possibilità di andare in prigione.
Si radicava così il pregiudizio popolare sulla pratica del tatuaggio.